Archive for maggio, 2006

Visionario come un giardino magico

domenica, maggio 28th, 2006

giardino dei tarocchi, capalbio

giardino dei tarocchi, capalbio

A chi percorre l’Aurelia nel tratto che va da Capalbio a Montalto di Castro si offre (solo ad un occhio attento) un’indicazione per la località di Garavicchio e il suo Giardino dei Tarocchi. Questo spazio viene comunemente definito parco artistico in onore dell’opera instancabile e caparbia della sua autrice, l’artista franco-americana Niki De Saint Phalle scomparsa pochi anni fa (2002) ed entusiasticamente sostenuta fin dall’inizio dal contributo creativo del marito, lo scultore svizzero Jean Tinguely.

Si racconta che la conoscenza del lavoro dell’architetto catalano Antonio Gaudì al Parco Güell di Barcellona ed il Parco dei mostri di Bomarzo abbiano suscitato tanta meraviglia nell’artista da indurla a coltivare il sogno della costruzione del suo luogo magico.

I lavori iniziati nel 1979 e durati oltre vent’anni, hanno accompagnato l’artista fino alla sua morte e – per sua espressa volontà – hanno dato origine ad una Fondazione che ne cura il mantenimento e la gestione. Il parco fu aperto al pubblico a partire dal 1998 e la sua scarsa conoscenza per i più deriva dalle intenzioni dell’artista di creare un luogo che riuscisse a conservare le potenzialità di una visita “intima” e non di massa.

giardino dei tarocchi, capalbio

giardino dei tarocchi, capalbio

E qui desideriamo spiegare e sottolineare gli almeno due percorsi possibili che ci fanno considerare avara la definizione di parco artistico. Il grande muro col suo ingresso tondo – una grande vela di tufo – realizzato dall’architetto Mario Botta intende forse ricordarci che stiamo per superare una linea precisa fra il mondo esterno e un luogo che è altro dalla solida certezza della distinzione fra scultura ed architettura: in questo luogo le sculture sono abitabili e le architetture sono incredibili!

Dovrebbe essere permesso il poter entrare bendati eppoi, condotti per mano da un folletto-cerimoniere, toglier via la benda e immergersi nell’atmosfera magica che tutt’intorno si mostra.

Il percorso estetico rivela un susseguirsi di grandi figure completamente ricoperte di materiali coloratissimi e specchianti che formano una serie infinita di cromatici segni e simboli ed evocano alla mente le associazioni più disparate: ci ricordano il “bosco sacro” di Bomarzo ma anche le grotte di Boboli e i “giganti” di Villa Demidoff. La suggestione del luogo e forte ed i richiami fantastici sono come un gioco di specchi riproposto nei materiali che ricoprono le sculture, alte fino a 15 metri. Le costruzioni sono incastonate in una ex cava, fra alberi d’olivo e sughere, su un declivo terrazzato che si offre alla costa tirrenica; sono state realizzate con cemento precompresso spruzzato su reti metalliche che avvolgono le anime in tondino di ferro, ricoperte alfine con migliaia di pezzi di specchio, ceramiche, maioliche, piccole sculture a formare masse policrome in continua trasformazione grazie al continuo cambiare della luce del sole che sembra giocare con le loro superfici multicolori.

giardino dei tarocchi, capalbio

giardino dei tarocchi, capalbio

Il percorso esoterico che passa per i 22 arcani maggiori dei tarocchi qui rappresentati, potrebbe idealmente prendere le mosse dalla grande mano della Papessa – ricoperta di specchi – che ci accoglie dall’alto, quasi all’ingresso del giardino, protesa verso le spiagge affollate (e la centrale ex nucleare di Montalto di Castro, da cui partirebbe un altro discorso e un altro percorso) come se intendesse trattenerle perennemente fuori e rallentare così il corso del tempo.

Quasi anticipando le attuali tendenze di proteggere i luoghi artistici dalla potenziale erosione conseguente al turismo di massa, Niki De Saint Phalle evitò accuratamente la promozione di questo spazio preoccupandosi di evitarne il contatto a comitive numerose e addirittura istituendo una sorta di numero chiuso per le visite teso a conservare il fragile equilibrio che lo sostiene. Il giardino infatti per sua espressa volontà è aperto solo in alcuni periodi dell’anno e la Fondazione creata per gestirlo destina gli introiti interamente alla conservazione (costanti cure di manutenzione) e al completamento dei dettagli di alcune opere che la scomparsa dell’artista aveva momentaneamente fermato.

In sintesi: un luogo imperdibile per tutti i bambini e quanti fra gli adulti conservano la capacità di riprendersi la calma del tempo e il tempo della meraviglia.

giardino dei tarocchi, capalbio

girdino dei tarocchi, capalbio

Davide Lazzaretti e la torre di Monte Labro

mercoledì, maggio 24th, 2006

La strada che sale da Piancastagnaio verso Arcidosso si snoda in mezzo ad uno dei tanti boschi di faggi e castagni che circondano l’antico vulcano toscano. Il cielo promette pioggia ma decidiamo di continuare; a tratti la nebbia ci avvolge e gli stessi boschi assumono un’aria magica e un po’ misteriosa.

monte labro

roberto sul monte labro

Superato Arcidosso prendiamo un bivio che ci indica la vetta del Monte Labro. Il silenzio intorno è completo ed un vento teso scompiglia delle grosse nubi che a momenti nascondono qua e là una vista che si allarga in progressione con il salire. Solo i colori vivaci di un fagiano ed un gregge di pecore massetane intente a brucare punteggiano i pascoli che ci circondano. Lasciata l’auto al parcheggio nei pressi del punto informativo (peraltro chiuso e deserto) ci apprestiamo a salire il monte. Se si esclude una rozza costruzione non ben identificabile ad occhio nudo, dal basso il Monte Labro appare come un cumulo di pietre e sassi perfettamente spoglio: un po’ scettici, prendiamo il sentiero che ci porterà in alto chiedendoci perché mai un posto simile possa aver ispirato un sentimento religioso ed un misticismo che pervase queste terre fino a farlo divenire – nell’ultima metà dell’800 – un caso nazionale. Proprio la fine del sentiero che passa fra una sorta di tunnel fra gli alberi, bordato dalla fioritura accesa di fiori spontanei, inizia a trasformare l’escursione in un … viaggio denso di ricordi.

monte labro

monte labro

La prima spianata che si incontra offre della cima una visione magica dovuta forse alla foschia che avvolge quel che ora ci appare essere una torre, un po’ castello e un po’ nuraghe, che sovrasta i ruderi di alcune costruzioni. Qualcuno ha provveduto a creare una grande spirale in pietra sulla spianata da cui osserviamo la vetta, forse nell’intento di aumentare l’ambiguità del luogo – pensiamo. Il paesaggio intorno continua ad allargarsi e il gregge che sembra seguirci fino in vetta fa da “quinta” alla vista dell’Amiata con Arcidosso e Santa Fiora. Siamo a 1193 metri e lo sguardo si perde fino al mare ed al sud della Toscana.

Il termometro delle emozioni sale ancora non appena superiamo l’arco in pietra che conduce alla cella sotterranea. La sensazione è di un luogo i cui protagonisti si siano appena allontanati.

monte labro

monte labro

Nel buio quasi completo, facendo attenzione a non scivolare, scendiamo il budello scavato nella roccia e raggiungiamo il cuore della torre: è un ambiente di circa 30 mq con un altare decorato da fiori freschi addossato alla roccia con scritte e il simbolo della Chiesa Giurisdavidica. L’odore di umidità è pungente come pure il profondo misticismo del luogo. Ci ritroviamo per un momento ad immaginare la presenza di Davide Lazzaretti e dei suoi seguaci in questa terra triste, povera e costellata dalle difficoltà della sua stessa storia.
L’esperienza mistico-religiosa di David Lazzaretti definito dalla stampa dell’epoca “il Profeta dell’Amiata” viene fatta risalire alle prime visioni che lui – nato ad Arcidosso il 2 novembre 1834, figlio di barrocciaio, secondogenito di sette fratelli – ebbe poco distante da questi luoghi, in uno dei suoi frequenti viaggi alla guida di un carro da trasporto. Siamo negli anni successivi all’Unità d’Italia, la vita stentata di cui da sempre gli amiatini erano i rassegnati protagonisti fece sicuramente intravedere un barlume di speranza a quei contadini che videro nelle parole di Davide innanzitutto un messaggio di vita solidale unito ad una promessa di rinnovamento religioso con richiami al francescanesimo delle origini. Padre Balducci, anche lui figlio di questa terra, parlava dell’esperienza Giurisdavidica come della più bella fiaba della povera gente dell’Amiata.
Il fervore religioso che anima Davide ottiene un successo travolgente fra le genti povere dell’Amiata tanto da fargli decidere di erigere un luogo di culto sulla vetta del Monte Labro (1872), che diviene così sede della comunità che si va formando attorno alla sua figura. Le cronache raccontano che almeno 80 famiglie si riunirono sotto la guida di Lazzaretti dando origine ad un’esperienza associativa – la “Società delle Famiglie Cristiane” – di condivisione di beni e risorse e di fratellanza umana e spirituale. Non è forzato intravedere in quelle spinte le matrici di uno spirito “socialista” ante-litteram e l’inizio di un modello di società di mutuo soccorso che diversi anni dopo iniziò a fiorire anche in Toscana. E’ sorprendente notare che fra i compiti della comunità fossero indicati l’impegno a far fronte alle necessità dei membri secondo il loro apporto e secondo i loro bisogni, l’impegno a fornire un’educazione scolastica gratuita e l’estensione del diritto di voto alle donne all’interno della comunità. Una visione quindi non solo mistica ma – per le autorità politiche e religiose del tempo – in forte odore di eresia rivoluzionaria.

monte labro, la cappella sotterranea
monte labro, la cappella sotterranea

L’esperienza della comunità andò avanti per alcuni anni e fruttò a Davide anche il tanto agognato incontro con l’indifferente Papa Pio IX, da cui non riuscì ad ottenere l’incoraggiamento sperato. Il tentativo di estendere l’esperienza della comunità tra i contadini di Maremma, della Sabina e del Reatino gli procurarono una serie di vicissitudini anche giudiziarie – con accuse di vagabondaggio, truffa e cospirazione politica – tanto da spingerlo a cercare di uscire dall’isolamento amiatino cercando appoggi e relazioni che lo condussero fino in Francia dove trova sostenitori e finanziamenti. Al principio del 1878 viene convocato dal Sant’Uffizio per rendere conto dei suoi discorsi sempre più infuocati verso la proprietà terriera e la gestione della fede da parte della gerarchia ecclesiastica, nel frattempo i suoi scritti sono posti all’indice.

In questo clima di profonda ostilità delle autorità civili e religiose di un’Italia post-unitaria che conosce la piaga del brigantaggio ed i primi movimenti popolari di protesta, il 18 agosto 1878 Davide Lazzaretti guida dal Monte Labro verso Arcidosso la processione che lo porterà alla morte per mano della polizia che cerca di fermarlo. Molti parlarono allora – e gli storici di oggi concordano – di un accanimento legalitario ingiustificato verso Lazzaretti che sfociò in un inutile spargimento di sangue (altri innocenti contadini morirono in quei tafferugli e parecchi furono i feriti).
Il 15 agosto di ogni anno gli ultimi seguaci rimasti si riuniscono ancora a pregare sulla cima del Monte Labbro – luogo ritenuto sacro dai giurisdavidici.

Mercurio: il Dio doloroso dell’Amiata

martedì, maggio 23rd, 2006

Il Museo Minerario di Abbadia San Salvatore raccoglie e conserva materiale di ogni genere riguardante la storia dell’estrazione del cinabro dalla montagna amiatina, con una particolare attenzione rivolta alla sottesa storia umana e sindacale; svolge anche attività didattico formativa per le scuole.

museo minerario, abbadia san salvatore

museo minerario

Nel 1998 fu datato col metodo del radiocarbonio il campione di alcune mazze di quercia ritrovate, a trenta metri di profondità, durante l’attività estrattiva del cinabro nei primi anni del Novecento nella miniera del Cornacchino e risalenti a oltre 5000 anni fa!, queste fanno bella mostra di se insieme ad altri reperti in una delle sale al pianterreno che racconta dell’antica vocazione mineraria dell’area amiatina. Il mercurio, forse per la sua caratteristica di unico metallo liquido a temperatura ambiente e per la sua eccezionale pesantezza, ha suscitato grande curiosità ed interesse fin dall’antichità. Dagli Etruschi che usavano il cinabro come terra colorante fino ai Medici che erano attratti dalle supposte proprietà alchemiche del metallo, la storia estrattiva del mercurio è parte importante della grande storia metallurgica dell’uomo. In particolare per la zona dell’Amiata, l’estrazione del mercurio ha rappresentato l’attività industriale più importante e l’unico sostegno economico per un migliaio di minatori e le loro famiglie. Questa industria ha avuto un tale peso per l’intera economia italiana che il nostro paese è stato per diversi decenni il maggiore produttore di mercurio del mondo proprio grazie al metallo estratto dalle miniere amiatine.

museo minerario

museo minerario

Osservare ed ascoltare l’anziano minatore che racconta storie di miniera e problematiche tecniche legate ai materiali e all’oggetto del desiderio – il mercurio – davanti ad un uditorio fatto di ragazzi della scuola media accompagnati dalle loro insegnanti, silenziosi e attenti, colpisce e fa riflettere. Qui non si parla di videogiochi o suonerie per telefonini di ultima generazione. Paolo, questo il nome dell’ex minatore che stiamo ascoltando, è uno dei molti che – ormai nonno e in pensione – presta volontariamente il suo tempo ai gruppi di ragazzi che visitano il museo raccontando le storie della “sua” miniera, affinché non vada perduto il ricordo e l’esperienza di intere generazioni di amiatini cresciute in miniera. I ragazzi sono affascinati dalla semplice autorità delle sue parole, catturati da storie che sentono vere fino alla commozione e che non sempre sono a lieto fine. “La silicosi che accompagna il nostro invecchiare ci uccide lentamente” racconta Paolo con semplicità. Pian piano scoprono che la storia di tutti noi come quella di quest’area dell’Amiata sono un po’ meno lucenti dei modelli patinati che gli spot pubblicitari ci propongono in continuazione. Emerge la storia di una comunità di lavoratori i cui consumi possibili era legati semplicemente al sopravvivere in un’area fra le più povere del paese. L’atmosfera che si crea durante il raccontare è satura di curiosità meraviglia e rispetto. Il passato che ne emerge è vivo percepito reale, fa afferrare meglio quella continuità che pare assente e rarefatta nell’attuale universo giovanile. I ragazzi sono disposti intorno al grande plastico dell’area mineraria ospitato nella prima sala del museo e mentre si apprestano a salire al secondo piano, sicuramente aiutati dalle parole di Paolo, cominciano a “vedere” le migliaia di presenze che hanno reso viva e produttiva quell’area industriale insieme ai sacrifici patiti in nome del dio mercurio.

Il cinabro è un agglomerato di terre solfuree di colore rosso violaceo, il mercurio in esso contenuto viene ottenuto per grandi linee con metodi legati all’arrostimento delle terre e successiva distillazione dei vapori fino al metallo puro. I maggiori giacimenti cinabriferi sono localizzati proprio ad Abbadia San Salvatore, Santa Fiora, Castell’Azzara e Piancastagnaio.
Le altre sale del pianterreno documentano i processi base del percorso estrattivo e le varie tipologie dei campioni minerali raccolti, alcuni diari di responsabili industriali e geologi che si avvicendarono alla direzione delle miniere della Società Anonima Monte Amiata (creata a Livorno il 20 giugno 1897 per iniziativa di Vittorio Emanuele Rimbotti). Di particolare interesse è la collezione di memorie di viaggio e campioni raccolta da Ugo Crida e relativa all’Amiata e ad altre aree minerarie (Sulcis in Sardegna, Corsica ecc). In una delle sale al piano terra è possibile osservare la ricostruzione in scala di un forno da distillazione, usato per l’estrazione tramite arrostimento del mercurio metallico, molto diffuso nel Settecento.

museo minerario, maschere antigas

museo minerario, maschere antigas

Salendo al piano superiore e aggirandosi fra le teche che documentano attrezzi e fasi dell’attività estrattiva, si percepisce meglio l’asprezza e la pericolosità del lavoro in miniera. La scolaresca che ci accompagna osserva perplessa le maschere antigas, i sistemi di allarme, i marchingegni per la detonazione, tanto da apparire quasi sollevata quando si raccoglie nella sala in cui è ricostruito il laboratorio chimico e Paolo inizia a raccontare delle numerose lotte dei minatori fino alla chiusura delle miniere.

Nel 1972, in seguito alla grande crisi che si verificò nel settore per l’acquisita consapevolezza dei pericoli di grave inquinamento derivanti dall’uso industriale del mercurio e per l’adozione di norme fortemente restrittive, sono state chiuse quasi tutte le miniere, fatta eccezione per quella del Siele, a pochi chilometri da Abbadia. I primi lavori di sfruttamento industriale della miniera del Siele cominciarono verso la prima metà dell’Ottocento e rimase la sola produttiva fino al 1874. Attorno alla miniera del Siele nacque un vero e proprio paese con edifici e scuole; essa fu definitivamente chiusa solo nel 1976 e definitivamente abbandonata.

miniera del siele

miniera del siele

Per chi volesse integrare la visita al museo con una capatina alla miniera del Siele, l’area abbandonata promette non poche sorprese: i grandi e ormai silenziosi impianti lentamente inghiottiti dalla vegetazione, le palazzine con macchinari e documenti sparsi, ricordano le città fantasma a cui certi film western ci hanno abituato. Non vogliamo aggiungere altro per non sciuparvi la sorpresa e convincervi che sono luoghi da scoprire con gli occhi e vedere con la mente.